Diversità e inclusione nel mondo dell’informatica: intervista con Django Girls Italia

Diversità e inclusione nel mondo dell’informatica: intervista con Django Girls Italia

Oggi parliamo di un argomento meno tecnico, ma comunque fondamentale nel mondo dell’informatica e delle discipline STEM e lo facciamo con Sabrina Scoma, Ambra Tonon e Fiorella De Luca.

Ciao ragazze! Perché parliamo proprio con voi? Di che organizzazione fate parte?

Sabrina: Ciao! Noi siamo organizzatrici dei workshop Django Girls, facciamo parte della community italiana, e facciamo anche parte di Fuzzy Brains, che supporta l’organizzazione dei workshop Django Girls in Italia. Fuzzy Brains è un’associazione no profit, nata nel 2016, che si occupa di organizzare eventi di alfabetizzazione digitale e divulgazione tecnologica su Django e Python. Supporta da sempre gli eventi Django Girls in Italia, e con il tempo la visione dell’associazione si è ampliata, spostandosi sulle tematiche dell’inclusione, con interventi anche nelle scuole per sensibilizzare su questi argomenti.

Per esempio, a inizio anno siamo state all’Istituto Gobetti Volta di Bagno a Ripoli, in provincia di  Firenze, per parlare della diversità di genere con gli studenti e per confrontarci con loro, ed è stato un incontro molto bello e di valore.

Organizziamo anche altri tipi di eventi: l’ultimo è stato un corso di public speaking per aspiranti speaker di conferenze tecnologiche tipo PyCon; infatti, con la community di Python Italia è nata una bella collaborazione in tutti questi anni. Ultimamente, ci stiamo spostando on line a causa della situazione pandemica e uno degli eventi che abbiamo lanciato di recente on line è “Role Model Stories”, webinar in cui invitiamo donne attive in ambito tecnologico – o STEM in generale – a parlare della loro esperienza, per dimostrare che tutti possono avere accesso a questo mondo, al di là di stereotipi o retaggi culturali che popolano la nostra cultura.

Facciamo un Passo indietro. Voi chi siete e come avete conosciuto le Django Girls?

Sabrina: Io personalmente ho conosciuto il progetto Django Girls quando ho iniziato a lavorare in ambito informatico e tecnologico e ho conosciuto le mie colleghe Ambra e Fiorella, che già lavoravano al progetto e collaboravano per Fuzzy Brains. Prima non ero sensibile a queste tematiche perchè non le conoscevo; poi ho scoperto il valore della community e ho voluto dare il mio contributo a questo progetto perchè penso che ce ne sia molto bisogno

Quindi è tutta colpa di Ambra e Fiorella?
Io sentirei anche il loro punto di vista, a questo punto. Raccontateci anche voi!

Ambra: Io ho conosciuto Django Girls inizialmente nell’ambito lavorativo, perchè appunto lavoro in un’azienda informatica. Ho conosciuto la community alla conferenza PyCon Italia perchè me ne aveva parlato uno degli organizzatori, e insieme ad altre colleghe abbiamo iniziato a informarci su questo progetto che ci piaceva molto. Insieme, ci siamo informate per realizzare il primo evento di Django Girls in Italia e siamo riuscite a fissare come città base Roma. Negli ultimi anni, cerchiamo di riproporre i nostri eventi sempre lì, perché, essendo stata la nostra prima città, per noi è diventata molto importante. 

Diciamo pure che per me è stata una sfida personale, che l’ho presa molto a cuore perchè, nel momento in cui io sono entrata nel settore informatico, ero una persona molto insicura e molto timida, mi accorgevo di come gli sviluppatori vedevano una ragazza all’interno del settore e ho detto: “No! Bisogna cambiare le cose, bisogna cercare di incrementare la presenza delle ragazze nel settore tecnologico e informatico in modo tale che tutti abbiano le stesse possibilità e opportunità.”

Questa è stata un po’ la storia di come ho conosciuto Django Girls. 

E conoscevi già Fiorella?

Fiorella l’ho conosciuta proprio durante uno dei workshop. Da lì si è innestata una reazione a catena.

Fiorella, alla fine è tutta colpa tua! Raccontaci!

Fiorella: Sì, la mia esperienza con Django Girls è stata un lungo percorso. Ero una studentessa di ingegneria informatica molto annoiata perchè l’università non mi permetteva di capire esattamente cosa potevo andare a fare nel lavoro, perché si sa, all’università si studia tanta teoria, ma si fa poca pratica, quindi ero alla ricerca di nuove esperienze. Andando on line, ho scoperto che esistevano le Django Girls Italia, che avrebbero tenuto un workshop a Firenze all’interno della PyCon Italia e ho deciso di mandare l’applicazione. Purtroppo, non sempre siamo in grado di prendere tutte le ragazze che vorrebbero partecipare, quindi bisogna applicare e poi ti arriva conferma o meno se quel giorno puoi partecipare.

Sono stata fortunata, sono stata accettata: ero molto emozionata per questa nuova esperienza, sono andata a Firenze e mi sono messa alla prova. La giornata è stata bellissima, per me è stata una scoperta di tante cose, anche del networking che si può creare con questo mondo, anche perchè purtroppo all’università siamo molto chiusi, nel senso che non si conoscono tutte le varie realtà che ci possono essere. Quindi mi sono messa in gioco e ho creato questo sito: a mezzogiorno l’avevo già terminato e miei coach non sapevano più che cosa farmi fare! Nel frattempo, il mio coach ha avuto la brillante idea di farmi cancellare tutto “per sbaglio”, e ho dovuto rifare daccapo il mio sito. A parte questo siparietto, ho conosciuto tutti quanti i coach, ho chiesto consigli su questo mondo, su come potevo migliorare e mettermi in gioco, e l’esperienza mi è piaciuta talmente tanto (e gli organizzatori avevano visto che ero una persona molto attiva) che mi hanno chiesto se ero disponibile a fare a mia volta da coach all’evento successivo. 

E da lì è partito tutto?

Fiorella: Sì, diciamo che all’inizio ero molto titubante, però alla fine sono riusciti a convincermi. Ho iniziato da coach a Torino, è stata una bellissima esperienza perché ti rendi conto che condividere le tue conoscenze con altre persone è qualcosa di fondamentale, è qualcosa che ti fa crescere.

Da lì ho iniziato anche a organizzare eventi, a portare Django Girls qui a Roma. In realtà, c’era già stata una volta, però tutte le volte successive l’ho portata io. E grazie a Django  Girls Italia sono riuscita a partecipare anche a un contest che si chiama Google Summer of Code, altra esperienza bellissima. Tutto questo per dirvi che Django Girls mi ha aperto tante porte che non avrei mai immaginato. In seguito, ho iniziato a essere speaker per PyCon Italia e ad aiutare anche nell’organizzazione, quindi è qualcosa che mi ha fatto crescere veramente tanto.

Sentite un po’, ne ha parlato Ambra, ma vorrei focalizzarmi su questo argomento: perchè secondo voi c’è bisogno di parlare di diversity e inclusion, soprattutto nel settore informatico?

Fiorella: Questa è una domanda che sembra semplice ma non lo è. Perchè se non vivi alcune dinamiche personalmente, magari non sembra che ci sia bisogno di parlare di diversity e inclusion, ma è così. Ti spiego: noi all’università eravamo 160 persone ed eravamo soltanto 5 donne, eravamo viste come una novità, ci si chiedeva: “Ma perché ci sono le donne? questo è un settore principalmente da uomin!” Perché poi, soprattutto l’ingegneria, veniva vista come una facoltà a cui si iscrivevano soltanto gli uomini. 

C’è bisogno di parlare di inclusion e diversity soprattutto per questo, perchè bisogna far rendere conto alle persone che ogni lavoro, ogni mestiere, anche al di là dell’informatica, può essere fatto da tutti e da tutte. Noi qui in Italia abbiamo un problema culturale, quindi c’è bisogna di parlare di questi argomenti soprattutto nelle scuole

Voi vi rivolgete più agli uomini o alle donne?

Fiorella: Noi ci rivolgiamo principalmente alle donne, perché il nostro primo scopo è quello di introdurre più donne possibili nel mondo della programmazione, e quindi far capire loro che questo mondo è aperto a tutti e a tutte, e che ci sono storie di donne che ci mostrano che è possibile lavorare in questo ambiente, che si è sempre lavorato in questo ambiente. La storia stessa ci insegna che le prime programmatrici sono state delle donne. A questo riguardo, amo citare Ada Lovelace che è stata una pioniera dell’informatica, ma purtroppo è una storia che non si conosce. Ancora oggi, quando la portiamo nei nostri webinar, molte persone ci dicono che non l’avrebbero mai immaginato, che pensavano che il primo programmatore fosse stato un uomo. Quindi c’è un problema di base di storia, di cultura, di opportunità che non sono mai state dette, perché purtroppo ci sono state sempre delle figure di riferimento, dei role model, maschili. Se vedi la pubblicità o i libri, vedi sempre uomini. Adesso che si stanno introducendo dei role model femminili, stanno crescendo anche le opportunità per le ragazze, che riescono finalmente a paragonarsi ai ragazzi e dire: “Perché questa persona ci è riuscita e io non posso riuscirci? Perchè non posso farlo anche io?”

Quindi servono dei role model che spiegano che qualunque lavoro può essere fatto da tutti o tutte.

E poi c’è anche un problema di inclusion perché, come stiamo vedendo, la nostra società invece di andare avanti, sta tornando un po’ indietro, e questo è qualcosa che mi rende davvero dispiaciuta e triste. Quando ci sono inclusione e diversity, vi posso assicurare che si creano delle attività e dei ragionamenti totalmente nuovi. Ogni persona fa esperienze diverse, vive in paesi diversi e ha culture diverse, ed è bello vedere come questo influisca positivamente anche sul lavoro, perché ognuno di noi può portare soluzioni nuove.

Tu mi stai parlando dell’importanza dei modelli, e hai citato Ada Lovelace. Per esempio, il mio modello di riferimento è Samantha Cristoforetti, l’astronauta, che sa 5 lingue, fa di tutto, è meravigliosa!

Per esempio, Ambra, Sabrina, quali sono i vostri role model preferiti?

Sabrina: Io diciamo che ho tanti role model e identificarne soltanto uno è un po’ difficile e riduttivo. I miei role model non sono nel mondo tecnologico, anche per il lavoro che faccio, perchè mi occupo di marketing e comunicazione, quindi seguo più copywriter, scrittrici, e altre. Però, avendo conosciuto il mondo delle community informatiche, come Python Italia o Django Girls, ho conosciuto tante ragazze fantastiche come anche la stessa Fiorella…

Grande! Quindi Fiorella Role Model!

Sabrina: Sì sì, assolutamente. Ragazze come lei possono essere considerate dei modelli perché si impegnano ogni giorno in questo percorso, affrontano le loro sfide quotidiane e dimostrano, nel loro piccolo, che ognuno – qualsiasi donna, ma chiunque in generale – possa intraprendere un percorso in ambito informatico-tecnologico perché è alla portata di tutti e non c’è niente di strano.

Ambra? Tu?

Ambra: La mia role model è Michelle Obama. Io la adoro, è una donna molto forte, carismatica, che si batte sempre per quello in cui crede. Infatti a me piacerebbe essere come lei, o comunque essere una donna che possa insegnare qualcosa agli altri. Io ho una role model, una mia guida, ma nel mio piccolo ritengo di poter essere anch’io una role model. Per esempio, negli eventi di Django Girls Italia o nella vita di tutti i giorni, voglio cercare di aiutare le altre persone o comunque le altre ragazze, e aumentare la consapevolezza in loro stesse, perchè, soprattutto nel mondo dell’informatica, ho potuto vedere che noi donne siamo le prime a crearci delle barriere, a impedirci di andare avanti, di buttarci e di rischiare. E sono le cose che io cerco di imparare anche nell’attività lavorativa o nella vita di tutti i giorni, per questo per me la figura della role model è molto importante

Abbiamo parlato di qual è l’esigenza, di quali sono i modelli a cui ispirarsi, ma ci sono soluzioni per superare veramente il divario di genere in ambito STEM?  E quali sono, se ci sono?

Fiorella: Allora, sì. Già qualcosa è stato fatto, e qualcosa si può ancora fare per migliorare. Il primo segnale deve venire anche dalle aziende, che devono puntare sulla loro comunicazione sia interna che esterna, perché credo che sia fondamentale che anche all’interno di un’azienda ci sia una comunicazione valida e che tutte le persone che lavorano in quell’azienda siano propense alla diversity e all’inclusion. Quindi bisogna sensibilizzare i propri dipendenti, 

Posso fare un attimo l’avvocato del diavolo, perdonami?

Assolutamente

Allora, io lavoro in un’azienda informatica come te. Quando alla risorse umane si cerca una programmatrice, tutti ti dicono che trovare una programmatrice è come trovare l’oro. Non arrivano nemmeno i cv. Come fa un’azienda ad attrarre di più le programmatrici?

Beh, si vede che a livello di comunicazione non viene fatto un lavoro adeguato e non ci sono dei canali giusti, perchè posso assicurarti che donne programmatrici ci sono e ce ne sono anche parecchie. Sono meno degli uomini per carità, quello non lo metto in dubbio, ma ci sono.

E quale sarebbe una comunicazione efficace a questo punto? Diamo un consiglio a tutte quante le aziende: come si comunica efficacemente, come si attraggono le donne?

Fiorella: Allora: come si attraggono le donne? Non solo facendo pubblicità o dicendo: “Noi abbiamo investito su questo progetto, evento o conferenza” e poi non fare nulla per assumere effettivamente donne o ragazze. Oppure non essere disposti a formarle, perché molte azienda ricercano ragazze programmatrici già a livello di seniority, ma purtroppo ce ne sono poche a livello di seniority. Bisogna avere la possibilità di formare queste ragazze. Vogliamo aumentare la diversity e l’inclusion? Cominciamo a formarle, cominciamo a prendere le junior in azienda, farle collaborare in un team e farle crescere, così poi ci saranno sempre più programmatrici senior e non ci sarà più questo problema. 

Ma il problema è la formazione, bisogna puntare sulla formazione, e non nell’assumere soltanto senior o persone che sono già specializzate. Se vogliamo davvero fare la differenza, dobbiamo formarle. Non si può fare altrimenti, purtroppo, perchè ce ne sono davvero poche a livello di seniority.

E perchè ce ne sono poche a livello di seniority?

Perchè purtroppo questo lavoro adesso ha avuto una spinta a livello di diversity. Perchè, ti ripeto, noi all’università eravamo 5 donne su 160; se io adesso torno all’università, ne trovo parecchie di più invece. Perchè c’è stato un cambiamento. Quando ho detto ai miei genitori che volevo fare ingegneria, si sono spaventati. Mi hanno detto: “Ma dove vai? E’ in mezzo agli uomini, per carità, non avrai mai spazio!”

Proprio una cosa culturale. Ma io ho detto: “No, la vita è mia, voglio fare quello che mi piace, mi metto in gioco, e poi oh, sarà un mondo di uomini? Ok, facciamo vedere quanto siamo brave anche noi donne!” Bisogna mettersi in gioco, ma purtroppo non tutte hanno questo carattere, quindi bisogna aiutare tutte le ragazze che fino ad adesso non si sono fatte vedere.

Ambra: E’ per questo che è importante parlarne nelle scuole, secondo me, perché così già dai una possibilità alle ragazze che magari sono un po’ più giovani e non si rendono conto di avere la possibilità di poter entrare in un ambiente o di poter avere un’istruzione di questo genere; le metti di fronte a questa nuova possibilità, che non c’era quando andavamo a scuola noi. Perché, come diceva Fiorella, c’era più questa idea che nel mondo informatico ci sono prettamente uomini.

Guarda, io ho una figlia piccola, a scuola hanno fatto coding, ma non ha avuto un grande successo. Però, a proposito di modelli, ho visto che c’è un telefilm per ragazzi che mandano in Tv che si chiama Game Shakers: sono queste due ragazzine programmatrici che fanno un videogioco, e poi vanno avanti, sono brave, e quindi ne fanno altri. Ecco, quel modello ha fatto dire a mia figlia: “Beh, io potrei fare la programmatrice da grande!”

Quindi in realtà sì, la cultura passa da tante cose: passa dalla scuola, ma passa anche dai mezzi di informazione, immagino. 

Ambra: Sì, sì, infatti è molto importante: sono dell’opinione che sia importante condividere queste informazioni sì a scuola, però anche nella vita di tutti i giorni, perché attualmente la società è molto più dinamica rispetto a una volta, e quindi tutti questi input che vengono dati ai ragazzini sono importanti. Ovviamente, devono essere input istruttivi, come può essere appunto il telefilm di cui parlavi tu, che ti può dare l’idea: “Ok, può essere divertente, proviamoci!”

Sentite, è stata una chiacchierata bellissima, sto per lasciarvi libere. Vi faccio un’ultima domanda: qual è il consiglio o il suggerimento che dareste alla piccola Ambra, alla piccola Fiorella o alla piccola Sabrina quando vogliono cominciare a muovere i primi passi nel mondo dell’informatica? Cosa vi direste, se poteste rincontrarvi adesso?

Sabrina: Parto io e mi direi di buttarmi di più nelle cose, di non autosabotarmi già in partenza una volta che si presentano nuove opportunità, perché il trucco, secondo me, è uscire dalla propria comfort zone. Una volta che riesci a fare questo passettino in più, che ovviamente non è semplice, ecco, una volta fatto, arrivi a fare cose che non avresti mai pensato. A me per esempio, è successo col parlare in pubblico: con Django Girls e Fuzzy Brains è capitato molte volte appunto di dover introdurre workshop o parlare nelle scuole, e lì si trattava proprio di parlare di fronte alle persone. Quindi ecco, sicuramente mi consiglierei di buttarmi di più nelle cose. 

Ambra: Io mi direi: “Non ti porre limiti, continua a fare la testarda”. Perché io sono una persona testarda quando mi ci metto, mi impunto su una cosa, voglio andare avanti fino a che non la ottengo. E quindi mi dico: non ti abbattere, e insisti fino a che non ottieni il tuo obiettivo. Ecco, il consiglio che mi darei a posteriori è questo.

Fiorella: Io invece direi alla piccola me di non dar retta ai pregiudizi delle persone, di inseguire i propri sogni, di metterci tutta, e se anche non si avverasse quel piccolo sogno, di non arrendersi, perché poi ognuno di noi trova la sua strada, magari anche diversa da quella che aveva pensato, e magari anche con più esperienze e con una crescita personale maggiore. Quindi direi di non arrendersi mai, di andare avanti per la propria strada senza sentire nessuno.

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